Jigoro Kano e il Judo

La storia del jūdō ed il jū-justu sono inseparabili dal fondatore, Jigorō Kanō. Nato nel 1860 in una famiglia agiata, nel 1877, sebbene in contrasto con le idee del padre al riguardo, entrò in contatto con il suo primo maestro Fukuda Hachinosuke di Tenshin-shin'yo ryū jū-jutsu tramite il "conciaossa" Yagi Teinosuke anch'egli un tempo jū-jutsuka della stessa ryū.
Inoltre, come spiega Sanzo Maruyama, il nome della scuola deriva da «yo, che significa "salice" e shin che significa "spirito". La scuola dello spirito come il salice si ispira alla flessibilità dell'albero», «questa scuola studiava atemi, torae e shime, principalmente in costume di città. Non dava importanza alle proiezioni.» Nel 1879, Fukuda propose al giovane Kanō di partecipare all'esibizione di jū-jutsu per il Presidente degli Stati Uniti Ulysses Simpson Grant, dove i maestri Iso e Fukuda avrebbero dato una dimostrazione del kata mentre Kanō e Ryusaku Godai del randori. Il Presidente fu molto colpito dall'esibizione e confidò allo stesso Fukuda che avrebbe voluto che il jū-jutsu divenisse più popolare negli Stati Uniti.
Alla morte del cinquantaduenne maestro Fukuda, nove giorni dopo la famosa esibizione, e ricevuti formalmente dalla vedova di Fukuda i densho, Kanō divenne il maestro del dōjō.
Dopo poco Kanō si iscrisse al dojo di Iso Masatomo, discepolo di Iso Mataemon fondatore dello stile, che fu felice di prenderlo come suo assistente. Il maestro Iso insegnava principalmente i kata e gli atemi-waza.
In seguito alla morte del maestro Iso e al raggiungimento della laurea in Lettere presso l'Università Imperiale di Tokyo nel 1881, Kanō si trovò nuovamente alla ricerca di un nuovo maestro. Chiese quindi dapprima al maestro Masaki Motoyama un rispettato maestro della Kitō ryū, ma questi non essendo più in grado di insegnare data l'età, gli suggerì di fare richiesta al maestro Tsunetoshi Iikubo, amico di Motoyama ed esperto di kata e di nage-waza.
Scrive Watson: «Ci sono molte differenze degne di rilievo tra lo stile Tenshin Shin'yō e lo stile Kitō. Ad esempio, il Tenshin Shin'yō possiede un maggior numero di tecniche di strangolamento e di immobilizzazione rispetto al Kitō, mentre quest'ultimo ha sempre avuto tecniche di proiezione di maggior efficacia.»
« Dopo due anni di studio e allenamento, iniziati attorno al 1878, il mio fisico cominciò a trasformarsi e al termine di tre anni avevo acquisito una notevole robustezza muscolare. Sentivo leggerezza nell'animo e m'accorgevo che il carattere alquanto irascibile che avevo da ragazzo diveniva sempre più mite e paziente e che la mia indole acquistava maggiore stabilità. Non si trattava solo di questo: ero consapevole di aver guadagnato benefici sul piano spirituale. Pertanto, alla conclusione dei miei studi di jū-jutsu, approdai a una mia verità: cioè che questo insegnamento poteva essere applicato a risolvere qualsiasi circostanza in ogni momento della vita, tanto che in me si fece strada la convinzione che tale beneficio psicofisico dovesse essere portato a conoscenza di tutti e non solo riservato a una ristretta cerchia di praticanti. » (Jigoro Kano)

La Filosofia del Kodokan

Nel 1882 Jigorō Kanō era docente di inglese ed economia alla Gakushūin. Dotato di straordinarie capacità pedagogiche, intuì l'importanza dell'attività motoria e dell'addestramento al combattimento, se insegnati adeguatamente per lo sviluppo fisico ed intellettuale dei giovani.
« Il jū-jutsu tradizionale, come tante altre discipline del bu-jutsu, poneva l'obiettivo strettamente ed esclusivamente sull'attacco-difesa. È probabile che molti maestri abbiano anche impartito anche lezioni sul significato della Via e altrettanto sulla condotta morale, ma, adempiendo il loro dovere di insegnanti, la meta primaria rimaneva quella di insegnare la tecnica. Diverso è invece il caso del Kōdōkan, dove si dà importanza anzitutto all'acquisizione della Via e la tecnica viene concepita unicamente come il mezzo per raggiungere tale obiettivo. Il fatto è che le ricerche sul jū-jutsu mi portarono verso una Grande Via che pervade l'intero sistema tecnico dell'arte, mentre lo sforzo e i tentativi per definire l'entità della scoperta mi convinsero chiaramente dell'esistenza della Via Maestra, che ho definito come "la migliore applicazione della forza mentale e fisica". » 
Quindi, Jigorō Kanō Shihan eliminò dal randori tutte le azioni di attacco armato e di colpo, che potevano portare al ferimento (talvolta grave) degli allievi: tali tecniche furono ordinate solo nei kata, in modo che si potesse praticarle senza pericoli. Ed infatti, una delle caratteristiche fondamentali del jūdō è la possibilità di effettuare una tecnica senza che i praticanti si feriscano. Ciò accade grazie alla concomitanza di diversi fattori quali l'abilità di uke nel cadere, la corretta applicazione della tecnica da parte di tori, e alla presenza del tatami che assorbe la caduta di uke. Nel combattimento reale, come può essere una situazione di pericolo contro un aggressore armato o non, una tecnica eseguita correttamente potrebbe provocare gravi menomazioni o finanche essere fatale.
Difatti non bisogna mai dimenticare il retaggio marziale del jūdō: il Prof. Kanō studiò e approfondì le nage-waza della Kitō-ryū, le katame-waza e gli atemi-waza di Tenshin Shin'yō-ryū e costituì un suo personale sistema di educazione al combattimento efficace e gratificante, supportato da forti valori etici e morali mirati alla crescita individuale e alla formazione di persone di valore.
Scrive Barioli: «Questa è la diversità di concezione tra il jūjutsu e il jūdō. Dalla tecnica e dalle esperienze del combattimento sviluppate nel periodo medievale, arrivare tutti insieme per crescere e progredire col miglior impiego dell'energia, attraverso le mutue concessioni e la comprensione reciproca.» Questa fu la vera evoluzione rispetto al jūjutsu che si attuò anche attraverso la formulazione dei principî fondamentali che regolavano la nuova disciplina: seiryoku-zen'yō ("il miglior impiego dell'energia") e jita-kyō'ei ("tutti insieme per il mutuo benessere").
Le qualità sulle quali si poggia il codice morale del fondatore e alle quali ogni judoista (jūdōka) dovrebbe mirare durante la pratica e la vita di tutti i giorni si rifanno agli ideali del bushidō: gi (onestà), (coraggio), jin ( benevolenza), rei (educazione), makoto (sincerità), meiyo (onore), chūgi (lealtà).
Per ottenere ciò, secondo gli insegnamenti del Prof. Kanō, è necessario impiegare proficuamente le proprie risorse, il proprio tempo, il lavoro, lo studio, le amicizie, al fine di migliorare continuamente la propria vita e le relazioni con gli altri, conformando cioè la propria vita al compimento del principio del "miglior impiego dell'energia". Da ciò dunque l'alto valore educativo del judo.
A tal proposito scrive Stornaiuolo: «L’elemento peculiare dell’ideale del Prof. Kanō, il fine ultimo della sua filosofia, è – senza mezzi termini – il cambiamento della società. Jita-kyōei, ossia la “mutua prosperità”, è il veicolo di un immaginario pacifista e ambientalista, che vede il perfezionamento dell’uomo come la chiave di volta dell’intero sistema. La consapevolezza dell’inutilità del singolo ha il suo duale positivo nell’unione di più individui il cui obiettivo è il benessere comune. Il Kōdōkan Jūdō si propone quindi come lo strumento adatto al raggiungimento dello scopo: trascendendo l’educazione fisica (rentaihō) e la teoria dell’attacco-difesa (shōbuhō), si giunge al jūdō superiore (shūshinhō), dove il praticante è in armonia con se stesso e gli altri, e dove gli altri sono in armonia con loro stessi e collettivamente coi singoli.»
Il judo mira a compiere la sintesi tra le due tipiche espressioni della cultura giapponese antica e cioè Bun-bu, la penna e la spada, la virtù civile e la virtù guerriera.
« Il dottor Kanō utilizzava un ideale giapponese molto antico: forza e cultura unite insieme. La cultura senza forza è inefficace, la forza senza cultura è barbarica. Il dottor Kanō esemplificava questo ideale nella sua persona; creò il jūdō, ma fu anche un personaggio di spicco dell’istruzione nazionale, oltre che preside di due importanti licei e autore degli scritti raccolti in tre importanti volumi. Spiegò che l’ideogramma “buncomprendeva i concetti di cultura, raffinatezza, buon carattere, chiarezza di visione e d’intelligenza. “Busignifica capacità di combattere, forza di volontà, concentrazione, capacità di mantenere la calma. Divideva questo ideogramma in due parti; La parte in basso a sinistra significa “controllare” o “fermare”, la parte in alto a destra era il vecchio carattere che significava “lancia”. L’ideogramma, complessivamente, significa “controllare la lancia”. Vuol dire che bisogna imparare a usare la lancia, non allo scopo di attaccare, ma per “controllare la lancia” con cui si viene attaccati. Questa doveva essere la base fondamentale della forza bu che si ottiene praticando il jūdō o altre arti marziali.»

Il Dojo

Il luogo dove si pratica il jūdō si chiama dōjō ("luogo di studio della via"), termine usato anche nel buddhismo giapponese ad indicare la camera adibita alla pratica della meditazione zazen e per estensione, indica un luogo ove il reihō ("etichetta") è requisito fondamentale.
« Quando si visita un dōjō per la prima volta, generalmente si rimane colpiti dalla sua pulizia e dall'atmosfera solenne che lo pervade. Dovremmo ricordarci che la parola "dōjō" deriva da un termine buddhista che fa riferimento al "luogo dell'illuminazione". Come un monastero, il dōjō è un luogo sacro visitato dalla persone che desiderano perfezionare il loro corpo e la loro mente.
La pratica del randori e dei kata viene eseguita nel dōjō, che è anche il luogo in cui si disputano le gare di combattimento. »
Nel dōjō, il jūdō viene praticato su un materassino chiamato tatami. Il tatami in Giappone è fatto di paglia di riso, ed è la normale pavimentazione delle abitazioni in stile tradizionale. Fino agli anni settanta circa si è usato anche per la pratica del jūdō, ma oggi, per fini igienici ed ergonomici, si usano materiali sintetici: infatti per la regolare manutenzione del dōjō è importante che i tatami siano facili da pulire, e per consentire ai jūdōka di allenarsi confortevolmente, devono essere sufficientemente rigidi da potervi camminare sopra senza sprofondare ed adeguatamente elastici da poter attutire la caduta.
Il dōjō ha una organizzazione definita in quattro aree principali disposte indicativamente secondo i punti cardinali:
  • Nord: Kamiza ("posto d'onore"), che rappresenta la saggezza, è riservato al sensei titolare del dōjō alle spalle del quale è apposta l'immagine di Jigorō Kanō Shihan.
  • Est: Jōseki ("posto degli alti gradi"), che rappresenta la virtù, è riservato ai sempai ("compagno maggiore"), agli ospiti illustri, o in generale agli yūdansha ("portatori di dan").
  • Sud: Shimoza ("posto inferiore"), che rappresenta l'apprendimento, è riservato ai mudansha ("non portatori di dan").
  • Ovest: Shimoseki ("posto dei bassi gradi"), che rappresenta la rettitudine, è generalmente vuoto, ma all'occorrenza è occupato dai 6ⁱ kyū.
L'ordine da rispettare è sempre quello per cui, rivolgendo lo sguardo a kamiza, i praticanti si dispongono dai gradi inferiori a quelli superiori, da sinistra verso destra. Il capofila di shimoza, usualmente il più esperto tra i mudansha, di norma è incaricato del rispetto del reihō. In particolare è incaricato di avvisare i compagni di pratica riguardo: l'assunzione della posizione formale in ginocchio seiza ("posizione formale"), del mokusō ( "silenzio contemplativo") e del suo termine yame ("fine"), del saluto al fondatore shōmen-ni-rei ("saluto al principale"), del saluto all'insegnante sensei-ni-rei ("saluto al maestro"), del saluto a tutti i praticanti otagai-ni-rei ("saluto reciproco"), e del ritorno alla posizione eretta ritsu ("in piedi").
Nei dōjō tradizionali, inoltre, vi è usualmente uno spazio adiacente alla parete dove vi sono conservate le armi per la pratica dei kata: bokken ("spada di legno"), tantō ("pugnale"), ("bastone"), e kenjū ("pistola"); e il nafudakake ("tabella dei nomi"), dove sono affissi in ordine di grado i tag di tutti i jūdōka appartenenti al dōjō.

Il tatami per lo shiai

Il tatami utilizzato nelle competizioni shiai ("gara") deve avere le misure minime di 12×12 m per le classi Esordienti A e B; e di 13×13 m per le classi Cadetti, Juniores e Seniores, ed uno spessore di almeno 4 centimetri. Al centro vi è l'area di combattimento di dimensioni minime di 6×6 m per le classi Esordienti A e B, e di 7×7 m per le classi Cadetti, Juniores e Seniores; e dimensioni massime di 10×10 m. La zona di pericolo di colore rosso di 1 metro di larghezza è stata abolita nel 2007 a seguito delle delibere in materia, disponendo così della sola area di combattimento interna e dell'area di sicurezza esterna, quest'ultima di larghezza non inferiore a 3 m.

Principi del Judo e le Tecniche

Secondo la didattica classica, i principi di esecuzione del waza sono tre:
  • Sen (l'iniziativa);
  • Go-no-sen (il contrasto dell'iniziativa);
  • Sen-no-sen (l'iniziativa sull'iniziativa).
Sen Il principio sen è tutto ciò che riguarda l'attaccare l'avversario mediante tecniche dirette o renraku-waza ( tecniche in successione). Sen si applica in primo luogo tramite azioni mirate a sviluppare l'azione mantenendo l'iniziativa, continuando ad incalzare l'avversario con attacchi continui atti a portarlo in una posizione di squilibrio o comunque vulnerabile.
Go-no-sen Il principio go-no-sen si attua con l'uso dei bōgyo-no-gaeshi (tecniche di difesa e contrattacco). Tali tecniche, applicabili prima, durante o dopo l'attacco da parte dell'avversario, sono generalmente etichettate a seconda della tipologia di contrattacco: chōwa (schivare), (bloccare), yawara (assecondare).
Sen-no-sen Ipotizzando che l'esecuzione del waza preveda in generale un tempo di preparazione (anche solo mentale) all'esecuzione pratica e considerando tale tempo parte dell'attacco, il principio sen-no-sen consiste nell'attaccare l'avversario quando quest'ultimo è in tale fase di preparazione. Solo l'assidua pratica nel randori (pratica libera) permette di sviluppare la capacità di percezione delle azioni dell'avversario necessaria all'applicazione di tale principio.
  
Nage-waza (tecniche di proiezione)
Secondo la tassonomia tradizionale delle tecniche di jūdō, il gruppo preponderante è quello delle nage-waza ( "tecniche di proiezione"). Tali tecniche sono metodi di proiezione dell'avversario atti alla neutralizzazione della carica offensiva di quest'ultimo. L'apprendimento è strutturato secondo un sistema chiamato go-kyō-no-waza che ordina 40 tecniche in 5 kyō (gruppi) di 8 tecniche, in base alla difficoltà di esecuzione e alla violenza della caduta. Il totale delle nage-waza ufficialmente riconosciute dal Kōdōkan Jūdō Institute e dall'IJF è di 67 tecniche.
All'interno delle nage-waza si distinguono le tachi-waza, ovvero le tecniche in cui tori proietta uke rimanendo in una posizione di equilibrio stabile, e le sutemi-waza, ovvero le tecniche in cui tori proietta uke sacrificando il suo equilibrio. Le tachi-waza a loro volta si suddividono in tre gruppi: Te-waza, ovvero le tecniche di braccia; Koshi-waza, tecniche di anca; e Ashi-waza, tecniche di gambe.
Le sutemi-waza a loro volta si suddividono in due gruppi: ma-sutemi-waza, ovvero le tecniche di sacrificio sul dorso; e le yoko-sutemi-waza, tecniche di sacrificio sul fianco. È tuttavia importante sottolineare che tale suddivisione biomeccanica ai fini dell'appartenenza o meno di un waza ad un gruppo, considera l'uso prevalente di una parte del corpo di tori, e non l'uso esclusivo di tale parte.
Alle nage-waza è dedicato il nage-no-kata.
Katame-waza (tecniche di controllo) Il secondo macrogruppo è costituito dalle katame-waza ("tecniche di controllo"). Tali tecniche possono essere eseguite nel ne-waza ("tecnica o combattimento al suolo") in successione ad un nage-waza, ovvero a seguito di un hairi-kata ("forma d'entrata, opportunità"), oppure –in rari casi– come azioni propedeutiche ad una proiezione. Le katame-waza quindi si suddividono in osae-komi-waza, ovvero le tecniche di immobilizzazione al suolo; shime-waza, tecniche di strangolamento; e kansetsu-wazatecniche di leva articolare.
Nel caso delle osae-komi-waza si possono distinguere due sottogruppi anche se tale ulteriore suddivisione trascende la tassonomia tradizionale. Esistono quindi immobilizzazioni su quattro punti d'appoggio (shihō-gatame) e le immobilizzazioni "a fascia" (kesa-gatame); per quanto concerne gli shime-waza, è anche possibile distinguere ulteriori sottoclassificazioni non ufficiali a seconda della posizione relativa di tori e uke, o alle prese di tori su uke, come nel caso dei jūji-jime; mentre invece, per i kansetsu-waza è possibile riconoscere due sottogruppi principali indicanti uno le leve di distensione (hishigi-gatame), e l'altro le leve di torsione degli arti (garami). Alle katame-waza è dedicato il katame-no-kata. 
Atemi-waza (tecniche di colpo)
L'ultimo gruppo di tecniche è chiamato atemi-waza ("tecniche di colpo") e si divide in: ude-ate (colpi con gli arti superiori") e ashi-ate ("colpi con gli arti inferiori"). Gli ude-ate a loro volta si suddividono in: yubisaki-ate ( "colpi inferti con la punta delle dita"), kobushi-ate ("colpi inferti con il pugno"), tegatana-ate ("colpi inferti col taglio della mano"), ed hiji-ate ("colpi inferti con il gomito"). Gli ashi-ate a loro volta si suddividono in: hiza-gashira-ate ("colpi inferti con il ginocchio), sekitō-ate ("colpi inferti con l'avampiede"), e kakato-ate ("colpi inferti con il tallone"). Lo stesso Jigorō Kanō spiega gli effetti di tali tecniche: «Un attacco sferrato con potenza contro un punto vitale può dare come risultato dolori, perdita di coscienza, menomazioni, coma o addirittura morte. Le atemi-waza vengono praticate solamente nei kata, mai nel randori

Kata

I kata sono costituiti da esercizi di tecnica e di concentrazione di particolare difficoltà e racchiudono in sé la sorgente stessa dei principî del jūdō. La buona esecuzione dei kata necessita di lunghi periodi di pratica e di studi approfonditi, al fine di apprenderne il senso profondo.
« Prima dell'era Meiji, molti maestri di jū-jutsu insegnavano solo i kata. Ma io ho studiato sia il Tenshin Shin'yo jū-jutsu che il Kitō jū-jutsu, ed entrambi gli stili includono la pratica sia dei kata che del randori. Se dovessi paragonare il jū-jutsu ad una lingua, allora direi che lo studio dei kata può essere associato allo studio della grammatica, mentre la pratica del randori può essere associata alla scrittura. [...] Agli studenti avanzati piace cambiare spesso il compagno di allenamento durante il randori, e molti di loro tendono a trascurare lo studio dei kata. Nell'esecuzione dei kata, tori indietreggia quando viene attaccato da uke, per poi rivolgere la forza dell'avversario contro lui stesso. Questa è la flessibilità del jūdō: una cedevolezza iniziale prima della vittoria finale>> (Jigoro Kano)
Scrive inoltre Barioli: «Il signor Kanō riteneva di utilizzare le "forme" per conservare la purezza del jūdō attraverso il tempo e le interpretazioni personali. Ma il barone Ōura, primo presidente del Butokukai, ci vedeva la possibilità (1895) di proporre una base comune alle principali scuole di jūjutsu, per presentare al mondo la tradizione di lotta del grande Giappone.» Ed infatti, come lo stesso Kanō scrive nelle sue memorie, sia il kime-no-kata che il katame-no-kata ed il nage-no-kata furono formalizzati dal Kōdōkan e ratificati (con qualche modifica) dal Dai Nippon Butokukai per un utilizzo su scala nazionale, ed attualmente, su scala mondiale.
Il Kōdōkan Jūdō Institute riconosce come ufficiali i seguenti kata:
  • Nage-no-kata ("forme delle proiezioni"), composto di 5 gruppi (te-waza, koshi-waza, ashi-waza, mae-sutemi-waza, yoko-sutemi-waza)
  • Katame-no-kata ("forme dei controlli"), composto di 3 gruppi (osae-komi-waza, shime-waza, kansetsu-waza).
  • Kime-no-kata ("forme della decisione"), anticamente chiamato shinken-shōbu-no-kata ("forme del combattimento reale").
  • Jū-no-kata ("forme dell'adattabilità").
  • Kōdōkan goshin-jutsu ("arte di autodifesa del Kōdōkan"), istituito nel 1956 ad uso delle forze dell'ordine giapponesi.
  • Itsutsu-no-kata ("forme dei cinque principî").
  • Koshiki-no-kata ("forme antiche"), rievocazione delle forme della Kitō-ryū di jū-jutsu.
  • Seiryoku-zen'yō kokumin-taiiku-no-kata ("forme dell'educazione fisica nazionale del miglior impiego dell'energia").
L'insieme di nage-no-kata e katame-no-kata viene anche definito randori-no-kata poiché in essi vi sono i principî e le strategie in uso nel randori ( pratica libera).
Non ufficialmente riconosciuto dal Kōdōkan Jūdō Institute è il:
  • Gō-no-kata ("forme della forza"). Questo è il primo kata adottato dal jūdō caduto però in disuso dopo la morte del Prof. Jigorō Kanō il quale ne abbandonò lo sviluppo in favore del jū-no-kata.
Inoltre, non riconosciuti dal Kōdōkan Jūdō Institute in quanto creati ad hoc da maestri o ex-maestri del Kōdōkan in base alle proprie caratteristiche tecniche, sono il:
  • Nage-ura-no-kata ("forme delle controproiezioni"), ad opera di Kyuzō Mifune, jūdan ed allievo diretto di Jigorō Kanō Shihan.
  • Gō-no-sen-no-kata ("forme dei contrattacchi ") di Mikonosuke Kawaishi, creatore di uno stile personale ed insegnante in Francia.